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Ex Ghetto Ebraico di Bologna

Zona di interesse storico, Bologna

Ex Ghetto Ebraico di Bologna: Informazioni sull'attrazione

Fino all'emanazione della bolla Cum nimis absurdum nel 1566, in Italia e nel resto d'Europa le comunità ebraiche erano ben integrate all'interno delle varie comunità cittadine. Per affinità di cultura e tradizioni venivano semplicemente raggruppate in alcune zone, senza essere però obbligate a risiedervi.

La bolla prima citata stabilì però che gli ebrei fossero costretti a vivere in un’area ben definita e chiusa chiamata "il serraglio degli ebrei", detto anche ghetto, e a seguire alcune regole molto restrittive fra cui quella di girare in città indossando dei simboli che li rendessero riconoscibili, o l'obbligo di partecipare ad una messa almeno una volta al mese. Un vano tentativo della chiesa di convertirli alla “vera religione”.

Anche Bologna seguì esattamente questo percorso: la tolleranza che aveva sempre dimostrato nei confronti della comunità ebraica terminò pertanto negli anni sessanta del ‘500, poche decine di anni dopo l'ingresso di Bologna nello Stato Pontificio, avvenuto nel 1506 per opera di Giulio II.

La zona della città dove sorse il ghetto ebraico si trova nel pieno del cuore medievale. Nonostante ciò, era completamente separata dal resto del tessuto cittadino da mura e porte che venivano chiuse dopo il tramonto e riaperte la mattina, per permettere agli ebrei di lavorare all’esterno. Non si deve dimenticare infatti che molti di loro lavoravano nelle banche o come mercanti e che quindi costituivano una parte importante dell’economia della città.

L’ingresso ancora oggi più visibile è riconoscibile nell'arco che unisce Via del Carro a Via Zamboni. Entrando all'interno di questa zona si nota immediatamente come le strade diventino più piccole e tortuose a causa del fatto che, avendo a disposizione poco spazio, la comunità ebraica costruì ovunque utilizzando ogni metro a loro disposizione. Spina dorsale di quest'area della città è l'attuale via dell'Inferno che vedeva la presenza al civico numero 16 della Sinagoga di Bologna, oggi totalmente scomparsa a causa dei bombardamenti sulla città del 1943.

L'utilizzo di questo ghetto ebbe in realtà vita molto breve in quanto l'intera comunità venne espulsa nel 1593 in seguito alla decisione del governo papale. Questo fu il momento in cui moltissimi ebrei si rifugiarono nel nord Europa ma anche nelle vicine e tolleranti corti padane come ad esempio quella Estense di Modena e Ferrara.

La comunità cominciò a riformarsi a cavallo tra Settecento e Ottocento, ma bisognerà attendere l'Unità d'Italia perché gli ebrei vengano considerati alla pari di qualsiasi altro cittadino, indipendentemente dalla religione di appartenenza.

All'interno dell'area dell’ex-ghetto è stato costituito il Museo Ebraico di Bologna, che raccoglie le più antiche testimonianze della presenza degli ebrei in città e non solo, e ne mantiene viva la memoria. Il museo è in via Valdonica, all'interno del cinquecentesco Palazzo Pannolini, di proprietà comunale ed è diviso in tre sezioni dedicate alla didattica, all’identità ebraica e alla storia della comunità locale.

Niente di simile ad un ghetto venne invece costruito in città durante la Seconda Guerra Mondiale, ma nonostante questo parte della comunità fu ugualmente deportata ed 85 persone, tra cui il rabbino in carica all’epoca, non fecero mai ritorno. Una lapide posta sulla nuova sinagoga ricorda i nomi di queste persone.

Attualmente la città di Bologna possiede una moderna sinagoga posta in via de’ Gombruti, lentamente ricostruita dalla comunità dalla fine del Settecento in poi. Danneggiata anch’essa durante la Seconda Guerra Mondiale, venne poi restaurata e restituita al suo originale utilizzo, ed è ancora oggi è il cuore della comunità ebraica bolognese.





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